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Storia di persone e bambini comuni diventati speciali.

L’associazione è nata nel 2003 ma il suo cuore batteva già dal 2000, quando uno sparuto gruppo di famiglie decise di mettersi insieme per accogliere bambini sfortunati provenienti dalle zone di Chernobyl.

La decisione fu dettata soprattutto dal cuore, senza minimamente prevedere che la nostra vita sarebbe cambiata per sempre.

Non vogliamo qui parlare di numeri, se pure importanti, perché non sono questi che contano.

Quello che ha contato veramente sono gli individui, le persone che i bambini di allora sono diventati.

Accogliere vuol dire accettare ma anche comprendere e sostenere, dare aiuto insomma. Ci sembrava il minimo che potessimo fare.

La tragedia nucleare che aveva sconvolto il volto dell’Ucraina e della Bielorussia aveva inevitabilmente coinvolto anche il resto dell’Europa per l’emergenza sociale e sanitaria che aveva generato.

E così gli aeroporti si popolarono all’improvviso di cuccioli smarriti che ci guardavano con grandi occhi domandandosi che cosa mai volessimo da loro.

Aiutare, dicevamo, senza renderci conto che quelli aiutati eravamo noi. Perché  l’accoglienza si è trasformata in  avere cura e abbiamo imparato ad avere cura e poi a  educare e  a comprendersi e volersi bene.

L’infanzia perduta, quella,  non abbiamo potuto restituirla, ma i bimbi confusi e spaventati hanno trovato quello che cercavano:  un punto di riferimento ben preciso ed è da lì che siamo partiti per iniziare un percorso mirato per costruire un futuro apprezzabile per loro.

Come non ricordare il piccolo Vadim che non voleva fare la doccia ed oggi è un infermiere diplomato che lavora a Kiev, Vania che piagnucolava prima di dormire è diventato ingegnere,  Oksana che mangiava di nascosto di notte è a Kharkiv e  studia scienze linguistiche: vuole fare la hostess.

C’era Oleg che rifiutava di indossare il pigiama perché non sapeva cosa fosse, Olga che dormiva sul bordo del letto perché, in orfanotrofio, il suo era sfondato. Dmitro che rubava le albicocche e le nascondeva nei pantaloni.  Sacha che era destinato a diventare cieco e oggi  si è diplomato brillantemente e ha preso la patente.  Natasha che mangiava le banane di nascosto e buttava le bucce nel balcone del vicino.  Il piccolo  Bogdan che spiegava alla sua famiglia italiana in che modo la sua mamma ubriaca lo colpiva sulla testa con una padella rovente.  

Storie di tradimenti, di botte, di abbandono, pianti nascosti, addirittura vietati di bambini diventati grandi troppo in fretta. Nessun quaderno a righe a cui confidare le proprie pene.   

Qualche direttrice ci parlava di grandi progressi dei bambini accolti,  una di loro raccontò che aveva “ visto nei loro occhi le stelline”.

Uno di loro scrisse che il tempo degli adulti che non sanno cantare una ninna nanna è tempo sprecato.

Ebbene noi abbiamo cantato quella ninna nanna anche se non sempre tutto è finito bene.

Purtroppo.

Come l’erba amara che il disastro di Chernobyl ha prodotto. 


In mezzo a quell’erba, qualche fiore, che noi abbiamo colto.